Lo scorso giovedì 9 giugno è andata in onda un’intervista speciale a Kev Baird, bassista dei

TWO DOOR CINEMA CLUB
Saliti alla ribalta internazionale grazie al primo LP, Tourist History, questi 3 ragazzi nordirlandesi sono attualmente impegnati nel primo tour mondiale, che li ha portati ai quattro angoli del pianeta. Di questo e di tante altre cose abbiamo parlato nel giardino del Circolo degli Artisti, prima del loro ultimo live a Roma, il 24 maggio scorso. Segue la trascrizione della traduzione dell’intervista :
Ascolta la trasmissione (per scaricare basta premere il tasto destro su questo link e salvare con nome) CLICK the right button and save the file if you want to hear the interview in English
Fusoredazione: I TDCC si sono formati nel 2007, hanno pubblicato il primo EP nel 2009 e quindi Tourist History, il primo LP, a Febbraio 2010. Una scalata molto rapida. Come avete vissuto questi 3 anni?
Kev: Sì, è stata rapida, ma noi suonavamo insieme da molti anni, siamo i TDCC da quando avevamo 17 anni. E poi sì, siamo stati molto produttivi in termini di canzoni in questi anni. Non vedevamo l’ora di far ascoltare questi pezzi, finita la scuola abbiamo deciso che volevamo portarle in giro, perciò abbiamo iniziato a suonare in Gran Bretagna come gruppo spalla di diverse band, e alla fine abbiamo pubblicato un paio di singoli e molto presto un album…ed eccoci qui.
Tourist History è il vostro primo LP: ci chiedevamo se aveste avuto la consapevolezza della buona qualità del lavoro, già durante la sua registrazione.
Beh, è stata la prima volta che abbiamo registrato la nostra musica in uno studio vero e proprio, eravamo abituati al “do it yourself” e al nostro garage e un solo microfono. Volevamo qualcosa di “professionale”, una vera produzione alle spalle, e questo c’è stato. Ma non avevamo aspettative, anche perché la nostra etichetta è molto piccola. Per noi la musica è più una questione di andare in giro a suonare, che resta per noi la miglior forma di promozione. Anche per questo ci è voluto più tempo a raggiungere il successo. Solo negli ultimi 6-7 mesi abbiamo iniziato a suonare per show radiofonici, ad uscire dalla Gran Bretagna, stiamo andando bene in tutta Europa e siamo molto contenti ovviamente.
Siete tutti nati in Irlanda del Nord, e con Tourist History avete vinto il Choice Music Prize for Irish Album of the Year 2010. Avete peraltro deciso di devolvere in beneficienza le 10mila sterline del premio in denaro ad una ONG locale, Abaana. Avete conservato un forte legame col vostro paese di provenienza? Vivete altrove o no?
Ci siamo trasferiti a Londra un po’ di tempo fa, poi abbiamo deciso di andare in tour per diverse settimane e abbiamo lasciato le nostre case, ci siamo trasferiti a Glasgow dove siamo riusciti di nuovo a scrivere le nostre canzoni, ma abbiamo un fortissimo legame con l’Irlanda del Nord, non saremmo la band che siamo se non avessimo vissuto e scritto lì le nostre canzoni.
E rispetto all’ispirazione, cambia qualcosa?
In effetti sì, in una grande città, in mezzo a così tanta concorrenza, band che cercano tutte di prevalere e diventare “the next big thing” è più difficile non trasformare tutto in una questione di stile e apparenza. Il nostro vantaggio è stato aver fatto tanta gavetta e accumulato molti live prima di arrivare a Londra, credo che sia questa mancanza di una forte base e di esperienza a impedire alla maggior parte dei gruppi di mantenere il successo oggi.
Quando a un gruppo come voi succede di raggiungere così tanto successo con il primo album, immediatamente si crea un entusiasmo e quel certo “hype”. A questo punto ci sono due rischi: di vivere un po’ sotto pressione il periodo successivo, o di cavalcare questo consenso, ma essere poi dimenticati a favore dell’ultima scoperta; a questo punto, credi sia più importante restare coerenti col proprio suono o avere il coraggio di continuare a sperimentare e suonare per il piacere di farlo?
Quando devi registrare un secondo album, è importante avere ben presente quello che hai fatto prima. E’ anche vero che è facile che la gente si annoi. Per essere una band “dominante” credo sia necessario sperimentare entro certi limiti, non basta mantenere la propria base di fan, bisogna sempre puntare ad allargarla e non accontentarsi di suonare in piccoli club.
La vostra etichetta è la Kitsuné Music (francese), la stessa dei Phoenix, dei quali avete anche aperto diversi live. “Something good can work” è anche stata usata come colonna sonora di uno spot di una banca francese. Cosa significa, che dopo l’elettronica la Francia sta cercando di conquistare anche l’indie? (siamo gelosi in quanto italiani!)
(ride, ndr) Penso che sia servito suonare tanto, anche in Francia. E allo stesso modo ha influito il fatto di arrivare ad un’etichetta così apprezzata. Abbiamo semplicemente trascorso diverso tempo in Francia, ecco tutto.
E’ la prima volta che suonate in Italia?
No, circa un anno e mezzo fa siamo stati a Milano, Roma, Torino…
…ora siete proprio nel mezzo di un tour mondiale, che vi ha portato in Corea, Giappone, USA, Europa, Singapore, Australia…avete potuto verificare che la musica è un linguaggio universale?
Sì, e questo lo abbiamo capito soprattutto in Giappone, dove c’è una cultura completamente diversa e tendenzialmente chi viene ai concerti non capisce le parole delle canzoni. Eppure sono tutti così ricettivi. Viene davvero da pensare che pur nelle differenze sia un linguaggio universale.
Il vostro miglior live finora?
Personalmente credo sia stato lo scorso settembre, tornati da USA, Giappone e Australia, abbiamo suonato due sere a Londra ed entrambe sono state grandiose, così come partecipare ad un programma di Radio (BBC, ndr) One proprio in quei giorni.
Parlando ancora di live, lo scorso mese siete stati al Coachella Festival. Com’è stato?
Fantastico! Caldissimo, nel mezzo del deserto, ma pieno di grandi band, un posto eccezionale per suonare, ci siamo divertiti moltissimo. Abbiamo suonato e il pubblico è stato soddisfatto. E poi abbiamo trascorso del tempo con i Foals, altra band inglese con cui ci troviamo bene.
Nei prossimi mesi sarete a Glastonbury, poi al Lollapalooza…cosa vi aspettate, ora che avete vissuto questa prima esperienza?
Credo che sarà fantastico, ci piacciono queste occasioni, le grandi folle. Abbiamo già suonato al Glastonbury ma in un palco minore, alle 4 di pomeriggio…sarà splendido essere sul palco principale, anche se un po’ ci preoccupa la situazione…
Ma in conclusione, qual è il vostro habitat? i grandi festival con enormi folle, o i piccoli club?
E’ molto bello e gratificante suonare nei festival, e per giunta è un enorme beneficio per la carriera di un gruppo, però nei club è un’altra cosa, la gente è lì per te, è più divertente suonare per noi.
PLAYLIST
I can talk
Something good can work
Undercover Martyn
Come back home
Cigarettes in the theatre
What you know