tutte le informazioni sulla puntata di venerdì 14 novembre, a cura come sempre della FusoRedazione:
PLAYLIST

secondo la questura questi sono 30mila
secondo la questura questi sono 30mila
Bugo – Le buone maniere
Bruce Springsteen – Born to run
Thievery Corporation – Revolution solution
Loux – Danneggiatori
SOTTOFONDI DEI PARLATI
Mogwai – Auto Rock
The Cloud Room – Hey now now
Israel Kamakawiwo’ole – Somewhere over the rainbow
Tunng – Beautiful and light
il file audio della puntata:
[audio:http://mirror.fusolab.net/~saverio/fusoradio/3323.mp3]
Obiettivo autoriforma
Pensavano di aver usato le armi giuste stavolta. Dopo i manganelli della festa del Cinema, dopo le minacce di sgombero per le occupazioni, dopo le denunce e i neofascisti di piazza Navona, dopo i Cossiga e i Mantovano, il primato della comunicazione. Conferenza stampa per la Gelmini, toni meno dirigisti, anticipati dagli editoriali distensivi del Corriere, Giavazzi e Franchi in prima fila: questi giovani che protestano vogliono il cambiamento, il decreto aiuta gli studenti e i precari e combatte i baroni: la Gelmini fa parte dell’Onda! Sipario.
Giochi linguistici, appunto, laddove ci si rende conto che i consensi calano e che il movimento sta vincendo e non si ferma. Astuzie della comunicazione che ci consegnano il nocciolo profondo del tentativo di riforma gelminiano: differenziare i finanziamenti per gli atenei, imporre la logica dell’efficienza produttiva, innalzare conseguentemente le rette e introdurre il numero chiuso, il tutto accompagnato da qualche briciola per le borse di studio o i prestiti d’onore. «Ne resterà soltanto uno», recitava un vecchio film: ne resteranno solo poche, eccellenti, ben finanziate e inaccessibili ai più, salvo per chi, poverissimo, sarà disposto a caricare sulle proprie spalle ventenni debiti per decine di migliaia di euro. La triste fine del debito privato americano la conosciamo tutti, si chiama crisi globale. Ma il movimento non si è perso nelle astuzie della comunicazione ed è andato al cuore della faccenda: senza il ritiro della legge 133 le lotte non si fermano.
La giornata di ieri ne è stata dimostrazione straordinaria: decine di migliaia di studenti e precari in corteo, a Roma, aMilano, a Napoli e in molte altre città. Niente male per una giornata di manifestazioni interamente auto-organizzate, a soli otto giorni dalla grande mareggiata del 30 ottobre. Ed è proprio a partire dallo storico risultato del 30 ottobre che il movimento della Sapienza in particolare, ma degli atenei in rivolta più in generale, ha rivolto un appello alle forze sindacali, di base e confederali, per dare vita e costruire assieme un grande sciopero generale in grado di paralizzare il paese e di imporre un’altra agenda in merito alle politiche sociali. L’offensiva che questo governo sta infliggendo alle istituzioni del welfare ci pone di fronte a un bivio epocale: accettare la dismissione delle garanzie pubbliche, riconquistare democraticamente il welfare, trasformare questa riconquista in una grande sfida di nuova politica. Ed è proprio la democratizzazione della ricerca e della formazione in genere che sta a cuore a questo movimento.
Autoriforma dell’università, la parola d’ordine che attraversa le mobilitazioni, che compone l’agenda delle discussioni di facoltà. Non solo il blocco della città come nuovo strumento di sciopero, ma anche la proposta, la costruzione di un’alternativa concreta, una grande potenza auto-normativa degli studenti e dei precari della ricerca. Lungo la manifestazione del 14, durante la due-giorni di assemblee nazionali che si svolgeranno presso la Sapienza il 15 e 16, i temi saranno questi: lo sciopero generale per un verso, l’autoriforma dell’università per l’altro. Nello stesso tempo, la necessità di articolare lo slogan che non smette di fare il giro del paese, «Noi la crisi non la paghiamo!».
Francesco Raparelli
8 novembre 2008
www.ilmanifesto.it
Più che al fascismo, sulla scuola il governo torna all’Ottocento
Alcuni giorni fa su questo giornale veniva opportunamente ricordato un discorso di Pietro Calamandrei del 1950 in cui si ipotizzava una dittatura «larvata» basata sostanzialmente sull’impoverimento della scuola pubblica a vantaggio di quella privata. Ma già nell’Italia post-unitaria la conservazione gattopardesca degli antichi equilibri passava, nella politica scolastica, per una mediazione fra pubblico e privato, garantita dalla legge Casati. Lontani anni luce dunque dal vicino scenario della Francia repubblicana che cercava di promuovere l’emancipazione individuale dai vincoli comunitari, familiari e confessionali, l’invadenza del «pubblico» era del resto poco tollerata, in Italia, dalle famiglie del ceto dirigente, che tendevano a rivolgersi alle scuole private. Sentite un po’ com’è attuale questa storia.
Autunno del 1873. Seduta fiorentina della commissione d’inchiesta Scialoia sulla istruzione secondaria maschile e femminile. Viene sentito Luigi Ridolfi, notabile della consorteria locale, figlio del Cosimo ex ministro dell’istruzione della Toscana post-lorenese, a cui viene chiesto un parere sulla netta preferenza delle famiglie per le scuole non governative. «Una prima cagione – spiega Ridolfi – (…) credo debba trovarsi nel modo di elezione dei Maestri a mezzo di concorsi». Infatti se tale «modo» garantisce la scelta per quanto riguarda l’ «idoneità scientifica», non poteva rassicurare i sudditi dell’Italia unita per quella «morale». La nomina per concorso, inoltre, determina una disomogeneità di metodi e principii fra i docenti. Infine, «presso i maestri» eletti a concorso, «è raro e difficile che abbia sufficiente autorità morale il Preside, o il Rettore, dell’Istituto», il quale, aggiungeva Ridolfi, doveva restringere la propria azione agli aspetti disciplinari e amministrativi, senza che nessuno rispondesse dell’indirizzo generale dell’insegnamento. Preferibile era perciò che i presidi, scelti oculatamente dalla pubblica amministrazione, scegliessero a loro volta i «maestri» che offrirebbero così alle famiglie «quelle garanzie che derivano dalla personale responsabilità e ispirassero quella fiducia che nessun regolamento può dare».
Questa pagina inedita che giace all’archivio centrale dello Stato di Roma (Mpi, Div.scuole medie, Commissione d’inchiesta sulla istruzione secondaria maschile e femminile, busta 6bis, fasc.38) è utile per approfondire la genealogia politico-ideologica del progetto di riforma Gelmini e del neo-conservatorismo tremontiano. L’idea della chiamata diretta dei capi d’istituto allude esattamente alla stessa esigenza di controllo sociale che muoveva i liberali italiani all’epoca della Destra storica, scossi dal fantasma della Comune di Parigi. E d’altra parte, continuando a sfogliare le carte dell’inchiesta, il disagio dei «padri di famiglia» per la pluralità di orientamento culturale fra i professori nei licei governativi, rispetto al monolitismo confessionale di quelli privati-cattolici, non richiama la giustificazione ormai di nuovo popolare, che il maestro unico alle scuole elementari favorisca il ripristino di un salutare principio di autorità? E non è anche così per quanto riguarda l’idea di un eccessivo affaticamento dell’allievo, esposto a troppi stimoli cognitivi, per le ristrette esigenze dell’angusta borghesia italiana emergente?
Oggi del fascismo il blocco dominante di interessi non ha bisogno, dato che non esiste un soggetto antagonista forte e strutturato. Gli è sufficiente tornare all’Ottocento: ma, attenzione, ad un ‘800 pre-unitario (ed insieme post-moderno), che non deve più neppure entrare a compromessi con lo stato-nazione. La dittatura «larvata» di Calamandrei, cioè, in cui la coercizione è anche e soprattutto disseminata nel sociale.
Salvatore Cingari
8 novembre 2008
www.ilmanifesto.it
«La sfida dell’Onda è ora quella di resistere a lungo»
Assemblea a Lettere occupata con Benni
Resistete a lungo, solo così darete fastidio al potere; create delle forme di informazione alternativa; parlate agli altri studenti, specie quelli che non la pensano come voi: sono questi i consigli di uno che ha fatto il ‘68 e il ‘77 («non le considero medagliette ma esperienze»). Uno come Stefano Benni. Ieri mattina alle dieci era nell’aula M della facoltà occupata di Lettere per incontrare gli studenti, invitato dal gruppo del Laboratorio probabile, cogliendo l’occasione tra le prove de «L’ultima astronave» ieri sera al teatro dell’Archivolto e rinunciando all’ennesima visita all’Acquario. In queste settimane è stato in quattro atenei per capire e parlare.
Prima considerazione: voi volete cultura e questo fa emergere che i somari sono dall’altra parte. «Voi dite vogliamo studiare di più e così fate emergere come l’Italia sia diventata più ignorante. La destra ha come obiettivo di rendere gli italiani più ignoranti e la sinistra veltroniana ha come compito di non farli vergognare di esserlo».
Quindi primo consiglio (Benni non userebbe mai questa parola, «mi pare d’avere cent’anni»): comunicare. «Tante pantere, panterini e giaguari si sono persi. Invece bisogna cercare il più possibile di convincere gli altri studenti che non capiscono o hanno paura. Non con gli spot. Gli spot li fanno gli altri. Voi dovete impegnarvi in un corpo a corpo quasi erotico con uno che non la pensa come voi». Insomma, come diceva Francis Bacon, bisogna scegliere tra sensazione e spettacolo. E sembra di risentire alcune poesie benniane: «Non esiste la neutralità delle idee, ci sono alcuni che hanno idee, altri che hanno paura delle idee, alcuni non hanno idee per niente», snocciola Benni in facoltà. Dei giornalisti, «ce ne sono di bravissimi e di pessimi», meglio non curarsi. «La cosa migliore è trovare forme di comunicazione alternativa come facemmo con le radio. Io trasmettevo a Radio Alice, poi Radio città. Oggi ci saranno altre forme che dovete pensare voi». E una ragazza propone di andare sui bus e per la strada a parlare con la gente, che è quello che hanno fatto l’altro ieri con un drago gigante, lavavetri, spazzini, toghe e battitori di bugiardini come il «Gelmidol, supposte effervescenti».
Ma prima di tutto continuare, «è l’unica cosa che dà fastidio al potere. Se ci rivediamo tra un anno vuole dire che è stata veramente un’onda. I grandi concerti tipo primo maggio sono grandi eventi con piccolissima forza politica, mentre per voi l’unica cosa che spero è che duri»’. Consapevoli che le provocazioni non mancheranno: «Piazza Navona è stata una scaramuccia ingigantita dai giornali, ma tenete i nervi saldi, giocheranno in modo scorretto e arriveranno momenti molti meno sereni di questo».
Alessandra Fava
www.ilmanifesto.it
9 novembre 2008
per la questura queste sono 30mila persone
le 30mila persone (per la Questura)
la questura dice che questi sono 30mila